Foro Boario

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Negli ultimi anni durante i mesi della tarda primavera e dell'estate, si radunano a Saluzzo gli immigrati impiegati nella raccolta della frutta.

Sono essenziali nel sostenere l'economia del territorio che non riuscirebbe senza di loro a far fronte alla richiesta di manodopera a bassissimo costo.

Ousmane è arrivato in Sicilia su un barcone nel 2014.
E’ seduto all’ingresso del campo.
Viene dal Mali.

Mi avvicino e gli altri ragazzi seduti vicino smettono di parlare per sentire che cosa ci diciamo.
Ousmane è qui al campo di Saluzzo da venti giorni e dice di non aver ancora lavorato.

Ousmane dorme in una delle prime tende, vicino all’ingresso e più si è vicini all’ingresso, da meno tempo si è al campo. 
Vivono in cinque in questa tenda larga due metri e mezzo, qualcuno ha un materasso che poggia sull’asfalto, gli altri dormono su pallet e cartoni. Per sollevarsi dall’asfalto e dall’acqua quando piove. 

In tenda c’è Issa, si è appena svegliato e ha uno spazzolino da denti in mano.
Nel frattempo arriva un vigile a controllarmi e mi tempesta di domande. “Che lavoro fa? Da dove viene? Per che giornale scrive?”.
Se ne va. Dopo due minuti ritorna.
“Mi fa vedere i documenti? Sa li chiediamo a tutti quelli che vengono nel campo…”.
Cerca di fotografarli, gli cadono per terra. Lo aiuto a tenerli aperti. 

C’è un gran movimento attorno a me: compare un altro ragazzo di colore che parla bene italiano.
Mi chiede che cosa io stia facendo. Suscito un interesse preoccupato e sono sicuro di avere molti più sguardi addosso di quanti ne riesca a percepire.

Il ragazzo si chiama Dramane, è uno degli ultimi arrivati nel campo di Saluzzo dove si raccolgono tra i duecento e i trecento extracomunitari che al mattino presto vanno a cercare lavoro per la giornata. 
Anche lui viene dal Mali. La sua tenda è ancora più vicina all’ingresso.
Accetta di parlare e farmi vedere dove vive da quindici giorni. In questo periodo dice si raccolgono kiwi e pere, ma non c’è lavoro per tutti. 

Si avvicina un altro ragazzo, mi chiede se io abbia bisogno di lui. Evidentemente mi scambia per un capo. Sorride, ma gli occhi sono spenti e mi comunica una gran tristezza, gli manca qualche dente, gli altri sono bianchissimi. Vorrei fargli una foto. Dramane dice che quel ragazzo si è svegliato alle cinque di mattina, ma oggi non ha avuto fortuna. Gli spiego che sono un fotografo. Sorride con gli stessi occhi spenti e se ne va. 
Dramane vive sotto un telo di plastica insieme ad un altro ragazzo che ora non c’è e questa è la sua tenda.

Il telo di plastica l’ha pagato venti euro, ma più che una tenda sembra una serra. Si trova subito a sinistra, appoggiata al cancello del campo. 
Dramane si lascia fotografare solo con la mano sul viso.
Ha diciannove anni.

Mentre mi racconta della guerra in Mali e della sua famiglia, entrano nel campo tre signore con i capelli bianchi, fanno qualche passo, chiedono ai ragazzi come stanno e se hanno bisogno di qualcosa. Queste domande per qualche ragione sembrano fuori luogo. Questi ragazzi hanno bisogno di lavorare.
Le signore se ne vanno poco dopo.
Poi arriva un volontario italiano. 
Ci scambiamo uno sguardo e lo raggiungo; la sua presenza mi rincuora, sembra disponibile e mi accompagna nelle profondità del campo, oltre la tenda della Comunità cenacolo in festa che mi spiega con soddisfazione essere stata eretta dai volontari pochi giorni prima.

Ai lati ci sono file di tende occupate da due o tre persone quelle piccole, cinque o sei quelle più grandi. Man mano che ci si addentra nel campo si arriva dove ci sono le persone che sono qui da più tempo, che lavorano di più, che se la sanno cavare meglio. 
Vedendo la macchina fotografica girano tutti al largo.

Arriviamo vicino ad un gruppo di ragazzi seduti attorno ad un pallet con un televisore spento.

Non vogliono assolutamente essere fotografati e non vogliono essere riconosciuti. Uno si alza, mi si fa addosso, è impossibile spiegarsi, quindi è ora di allontanarmi. 
Il volontario che mi ha accompagnato non mi guarda più in faccia, si è fatto vedere con me e vista l’aria che tira mi scarica senza pensarci due volte dal momento che lui domani dovrà essere qui di nuovo. 

Ritorno verso l’ingresso del campo dove c’è Dramane davanti alla sua tenda.
Mi chiede di mandargli la sua foto. 
Ritornando all’ingresso non riesco a contare i materassi sotto il tendone, saranno più di quaranta.

Nessuna delle persone con le quali ho parlato sembra avere particolare nostalgia della guerra dalla quale è fuggita.
Tutti sono puliti, ci sono le docce ed i gabinetti. Solo la pioggia è stata un problema qualche settimana fa quando ha allagato il campo. 
Aleggia tra le tende un senso di attesa che non tiene conto del tempo di urgenza occidentale.
Ci sono i tempi che ci sono, come nella natura, così nel lavoro. Gli immigrati guadagnano tra i 3 e i 5 euro per ora, dipende da quanto sono forti e volenterosi e dal capo che decide ogni mattina presto chi quel giorno lavora e chi no. 
E le biciclette scintillano al sole, ovunque, in ordine pronte per essere usate per andare a lavorare o rottami accatastati per i pezzi di ricambio.

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